POVERE PAROLE, POVERI PENSIERI

“The limits of my language mean the limits of my world” (L. W.)

Negli anni 80 del ‘900 lo psicologo neozelandese James Flynn rese noti i dati da lui raccolti durante i decenni precedenti, evidenziando un aumento di diversi punti nel Q.I. delle nuove generazioni. A partire dalla prima della metà del XX secolo verificò che questo netto innalzamento dei punti ottenuti nel suddetto test potesse significare un conseguente potenziamento dell’intelligenza media. Per Effetto Flynn s’intende l’aumento del quoziente intellettivo medio della popolazione nel corso degli anni.

Ma, successivamente, è stata registrata un’inversione, nominata Effetto Flynn capovolto: alcuni studiosi di Copenaghen hanno notato come, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la tendenza di crescita del QI si sia ribaltata. I valori, che negli studi di Flynn risultavano in progressivo aumento, avevano iniziato ad abbassarsi repentinamente, in particolare nei Paesi considerati più sviluppati.

L’impoverimento del linguaggio corrisponde all’impoverimento del pensiero?

La tesi alla base di questa ricerca e le sue conseguenze sono ancora oggi oggetto di accesi dibattiti. Sono diversi i motivi che vengono considerati alla base di questo abbassamento, come, ad esempio, la perdita del contatto sociale, la pigrizia, il cambiamento dei giochi dei bambini e l’estrema connessione online.

L’articolo dello studioso Christophe Calvé ci aiuta a pensare a come l’impoverimento del linguaggio, sia scritto che orale, sia sintattico che ortografico, possa essere una delle cause di questo fenomeno. Vale la pena riportare integralmente tale articolo, di per se’ molto esplicativo e senza bisogno di ulteriori commenti:

“Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l’impoverimento della lingua: non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso. La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo. La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di “colpi mortali” alla precisione e alla varietà dell’espressione.

Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero. Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile. Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. La storia è ricca di esempi e molti libri (Georges Orwell – 1984; Ray Bradbury – Fahrenheit 451) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole.

Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c’è pensiero senza parole.

Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale?

Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro?

Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e ciò che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto?

Cari genitori e insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c’è la libertà.

Coloro che affermano la necessità di semplificare l’ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana. Non c’è libertà senza necessità.

Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza.”